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Introduzione allo studio di KARL von CLAUSEWITZ e del suo Vom Kriege - 2^ p.
(4 voti)
Escrito por Mario Ragionieri   

Cari lettori spero che la prima parte dell'articolo dedicato allo studio di Clausewitz e del suo Von Kriege sia stato di vostro gradimento. Riconosco che alcuni concetti possono sembrare banali oggi ma vi assicuro che non lo sono. Al tempo in cui furono scritti essi rappresentarono quanto di più dirompente ci fosse nella letteratura dedicata allo studio della guerra e della strategia. Intere generazioni di militari ed anche di politici del XIX e XX secolo presero a modello dei propri metodi strategici, delle loro ambizioni politiche i dettati contenuti nel Von Kriege rendendoli a volte più acuti e portandoli ad interpretazioni estreme che forse lo stesso von Clausewitz non aveva immaginato al momento della stesura del testo.

Detto questo occorre ora parlare di cosa è il Piano di guerra così come scaturito dalla mente dell'autore.

 

 

Il Piano di Guerra

Abbiamo detto già in precedenza, tanto per riprendere il filo del discorso, a proposito dell'essenza della guerra che essa è un fenomeno subordinato e forgiato dalle decisioni politiche. In particolare il piano di guerra risulta essere decisamente importante poiché in esso convergono il fine politico, cioè lo scopo assegnato alle operazioni militari per realizzarlo e gli sforzi da effettuare per raggiungere lo scopo militare. Nel piano di guerra trovano posto tutte le valutazioni politiche e militari; infatti esso presuppone che sia definito uno scopo militare ben preciso e la preparazione di tutti i mezzi necessari per raggiungerlo. Dunque una politica militare può essere indicata solo in termini concreti e molto precisi; altrimenti diversamente non si tratta di politica ma solo di discorsi e di conseguenza la strategia operativa e la preparazione delle forze necessarie vanno avanti per proprio conto affidate solo all'improvvisazione richiesta nel momento.
L'obiettivo politico si pone dunque come fine dell'obiettivo militare generale. La scelta strategica cioè il piano di guerra, è il punto in cui si intersecano le considerazioni politiche e quelle militari. Va detto che la strategia anche se corretta non può correggere i difetti della logica politica e naturalmente di conseguenza l'azione tattica non può correggere i difetti della logica strategica. Il combattente non ha dunque uno scopo proprio ma solo quello che la politica gli ha fissato; ne deriva che il capo militare è sempre subordinato al politico. Il capo politico accorto però non deve farsi sorprendere dagli eventi che la guerra propone; è essenziale che quanto si vuole ottenere politicamente sia proporzionato a quanto si può strategicamente ottenere. "Folle è colui il cui fine politico supera il potere strategico; illuso chi non fa corrispondere la sua strategia alla sua politica; ignorante chi non vede la correlazione fra i due termini; pazzo chi consente di effettuare sforzi superiori a quelli ragionevolmente commisurati con i suoi fini".
L'insegnamento che Clausewitz ci dà è proprio nel riuscire ad individuare questo rapporto reciproco esistente fra il fine politico e lo scopo della guerra. La supremazia della politica è necessaria ed evidente, ma è altrettanto importante che i capi di governo conoscano perfettamente i propri strumenti e cosa può derivare dal loro impiego. I militari sono al servizio dello Stato e non viceversa.
Quindi possiamo affermare con assoluta certezza che "il piano di guerra" contiene in modo il più possibile armonico la sintesi tra gli intendimenti politici che si vogliono conseguire e le capacità militari, la volontà e la forza, i progetti del governo e i piani dello Stato Maggiore necessari per conseguirli.


Alcune considerazioni critiche alla concezione di Clausewitz circa l'essenza, lo scopo e i mezzi della guerra

Alcuni studiosi tra i quali il famoso Liddell Hart hanno mosso delle osservazioni a Clausewitz e tra esse quella di non essere riuscito a capire che lo scopo finale della guerra deve essere ricercato nella pace che sarà stipulata al termine delle ostilità e che dunque l'essenza della guerra deve essere determinata in conseguenza di questa considerazione.
Hanno anche affermato che Clausewitz con la sua concezione di guerra come strumento per arrivare al disarmo dell'avversario è in un certo senso il teorico della distruzione fisica del nemico e quindi l'ispiratore di quella scuola strategica che in pratica ha provocato i massacri nelle due guerre mondiali del '900 e che ha posto la politica al servizio della guerra e non come sosteneva viceversa.
E' fuori dubbio che la scuola strategica tedesca del dopo von Moltke abbia dato una interpretazione estremista delle idee clausewitziane, provocando una inversione del concetto di preminenza della politica rispetto alla guerra. Secondo il generale Ludendorff, esponente di spicco di tale scuola di pensiero, "la frase di Clausewitz che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi va intesa nel senso che la guerra è la continuazione della politica estera con altri mezzi e va così completata: d'altronde l'intera politica deve essere la servizio della guerra" .

Le accuse che Liddell Hart muove a Clausewitz ci sembrano del tutto fuori luogo ed imprecise; infatti Clausewitz fa una netta distinzione tra la guerra assoluta che è per lui un concetto astratto e la guerra reale sostenendo che è possibile evitare di raggiungere l'estremizzazione di tale tipo di guerra.
Sulla questione della imposizione della propria volontà all'avversario e che poi Clausewitz da sempre preminenza al combattimento rispetto alla manovra, va aggiunto che esse derivano dal suo concetto per cui è di importanza primaria l'esito del combattimento e che la manifestazione più completa di questo è la battaglia di annientamento così come sviluppata da Napoleone. Con la sola manovra non si possono conseguire risultati decisivi.
Tali risultati "decisivi" non presuppongono affatto la distruzione fisica del nemico e la lotta fino all'ultimo soldato; comportano solo l'annullamento della volontà dell'avversario di continuare a perseguire un determinato fine che si era preposto. Clausewitz è dunque fautore di campagne militari brevi che culminino con una battaglia decisiva che può essere solo una battaglia di annientamento e non una battaglia di logoramento.
Sempre secondo Clausewitz i rapporti politici non cessano con l'inizio delle ostilità. La moderazione che frena il raggiungimento delle estreme conseguenze permette sempre un accordo tra le parti prima che si arrivi alla distruzione della parte più debole.
Anche se all'atto pratico la potenza militare può sempre rappresentare dal punto di vista psicologico un fattore determinante per la completa definizione degli scopi politici, la ragione vuole che il fine definisca sempre il mezzo e non viceversa. Per lui l'uomo è un animale si ma razionale e la politica è intelligenza e non solo sete di potere e di dominio su gli altri. Sostiene a tale proposito Kissinger (segretario di stato americano all'epoca di Nixon presidente) rivalutando il pensiero di Clausewitz che: "La condizione preliminare per una politica di guerra limitata è la piena reintroduzione dell'elemento politico nel concetto di guerra e l'abbandono della nozione che la politica finisca quando la guerra comincia e che la guerra abbia fini suoi propri, distinti da quelli della politica".

Bismark e Moltke

Guerra Assoluta, Guerra Limitata e Guerra Reale

Generalmente si pensa che il modello teorico della guerra sia quello che Clausewitz chiama guerra assoluta, mentre il modello reale dovrebbe essere costituito dalla guerra come strumento della politica. Se la guerra fosse solo strumento della politica la guerra sarebbe limitata e la violenza bellica sarebbe condizionata dalla importanza degli obiettivi politici da raggiungere; in questo modo avremmo una subordinazione totale della guerra alla politica. In pratica però difficilmente si realizzano le condizioni per cui la guerra è sempre subordinata alla politica. Nella decisione di iniziare una guerra entrano in giuoco purtroppo anche altri fattori, spesso irrazionali ed emotivi, come pure la carenza di informazioni ed errori di valutazione. Un altro fattore importante che entra in giuoco è quello per cui sia il capo politico che quello militare sono certi di avere il completo dominio ed il controllo delle organizzazioni che dipendono da loro e che sono costituite da esseri umani e non da semplici macchine. Questo purtroppo comporta che la razionalità di ogni comportamento strategico può avere solo una limitata razionalità.
Tutto questo impedisce che l'esito della guerra possa essere predeterminato anche solo in linea di massima e che conseguentemente la decisione di entrare in guerra si possa basare solo su un razionale e preciso confronto tra guadagni, rischi e costi. Nel corso di un conflitto, vuoi per tutta una serie di motivi anche quelli sopra esposti, succede che sono gli obiettivi militari estremi ad imporsi ai politici. Caso classico è la teoria di Roosevelt del "victory first" nella Seconda Guerra Mondiale per cui all'escalation della violenza si accompagna quella dei fini.
Dunque in pratica la teoria di Clausewitz della guerra come strumento della politica costituisce un modello estremo come quello della guerra assoluta.
Questo modello estremo sarebbe in pratica quello che assumerebbe la guerra nel caso in cui potesse essere solo un puro strumento della politica completamente determinabile e controllabile con metodi razionali. La guerra politica e la guerra assoluta costituiscono i due limiti entro i quali può spaziare la guerra reale. Ne deriva che la guerra reale costituisce un qualcosa che si colloca fra i due estremi ; è una combinazione che può avvenire con varie gradazioni di intensità, fra violenza armata e l'attività politica, fra la passione e la razionalità.


La battaglia di Leipzig



La Strategia, la Tattica e le Forze Combattenti

Secondo Clausewitz la strategia è l'arte di impiegare i combattimenti per raggiungere gli scopi della guerra. La strategia deve in ogni suo atto bellico avere uno scopo immediato che permetta di arrivare con successo a quello finale. Il vero scopo della strategia militare non è raggiungere la vittoria militare ma costruire le condizioni militari che permettano il conseguimento dei fini della politica. Il mezzo della strategia è il combattimento. Per riuscire a conseguire un risultato decisivo occorre arrivare ad una grande battaglia che costituisce il centro di gravitazione dell'intero conflitto e che deve essere completata dall'inseguimento del nemico onde impedirgli qualsiasi tipo di riorganizzazione. La tattica a sua volta ha per fine ultimo la vittoria nel combattimento e per mezzo le Forze Armate. Attraverso la strategia e la tattica la politica è collegata alle Forze Armate e con la loro preparazione; in altri termini la pianificazione di tutto il sistema.
Nell'ambito della strategia non c'è la vittoria che è un concetto tattico. Il successo della strategia è da un lato la preparazione della vittoria tattica e dall'altro il suo corretto sfruttamento. Sotto questo aspetto il rapporto tra strategia e tattica non è solo di subordinazione ma di attiva e continua interazione. Quindi se da un lato la strategia guida la tattica, dall'altro si trova al suo servizio e ne è condizionata tenendo conto di come gli avvenimenti procedono. La guerra si vince in tempo di pace. La pianificazione delle forze è di per se stessa un atto strategico e quindi politico. In questo senso la concezione espressa da Clausewitz è recepita nella sua interezza da tutte le scuole strategiche ed in particolare da quella cinese e sovietica
Mao ha affermato con forza che "La strategia studia le leggi d'insieme della guerra. Il compito della tattica è quello di studiare le leggi della condotta della guerra che regolano una situazione particolare. L'idea che un successo strategico sia determinato dalla semplice sommatoria di successi tattici è errata, poiché non tiene conto del fatto che l'esito del conflitto dipende soprattutto e innanzitutto dalla giusta valutazione della situazione d'insieme. Ma il tutto non può esistere indipendentemente dalle parti. Esiste una interazione completa tra strategia e tattica. Con la tattica non si possono correggere i difetti di logica strategia; ma è altrettanto vero che la logica strategica deve tenere conto delle esigenze della tattica" .
Secondo il maresciallo Sokolovsky "lo scopo principale dell'arte militare è di ottenere la vittoria nella guerra e l'arte militare consiste, prima di ogni altra cosa, nell'approntamento di un potente strumento bellico" .
Clausewitz mirava in definitiva a smilitarizzare la politica, delimitando con la massima esattezza possibile l'autonomia del comandante in campo che coordinava i combattimenti.
Fautore dunque di una visione ristretta della strategia Clausewitz tende a limitarla alla concezione e condotta d'insieme delle operazioni escludendo da essa sia l'impiego sia la preparazione delle forze. Tale concezione era volta a smilitarizzare la politica delimitando con precisione l'autonomia dei militari specie del comandante che conduceva e coordinava i combattimenti necessari per il conseguimento degli scopi politici della guerra.
Dalla parte opposta a Clausewitz si collocano coloro che sostengono che la strategia è una concezione molto più allargata cioè quella globale; essa riguarda l'utilizzazione di tutti i fattori di potenza dello Stato per tutelare e conseguire gli interessi nazionali.
L'affermazione di questa tipologia di pensiero ha contribuito alla crisi del pensiero strategico occidentale togliendogli la militarità e quindi utilità pratica. Da un lato ha militarizzato la politica e dall'altro ha politicizzato la strategia.
Gli studi strategici insomma sono nella loro natura espressione di una molteplicità di discipline diverse. Essi mirano a fornire a coloro che sono responsabili delle decisioni strategiche valutazioni e strumenti concettuali, non solo per la conoscenza, ma anche per la comprensione dei fattori che sono in giuoco e della loro evoluzione, primo fra tutti il ruolo che ricopre la forza militare nelle relazioni tra nazioni e in particolari contrasti contingenti.


La battaglia di Eylau



Strategia Diretta, Indiretta, e Strategia dell'Approccio Indiretto

Secondo Clausewitz l'essenza della strategia è nel riuscire ad assicurarsi la superiorità numerica in un determinato punto geografico e in un determinato momento in modo da permettere alla tattica di colpire in modo decisivo l'avversario distruggendone le forze con un inseguimento condotto con la massima energia. La superiorità numerica nel punto stabilito si può realizzare solo con la sorpresa. "La sorpresa costituisce un mezzo per ottenere la superiorità numerica; ma è altresì un principio a se, per i suoi effetti morali determinanti. Se riesce provoca nel nemico disordine e scoraggiamento...La sorpresa è alla base di tutte le imprese di guerra, anche di quelle difensive... Segreto e rapidità sono le basi della sorpresa" . Clausewitz è, lo si legge, un grande sostenitore del detto napoleonico:
"non fare mai ciò che vuole il nemico, se non altro per la ragione che egli lo desidera" .
Il generale dunque non è un fautore come molti lo accusano di essere, dell'urto violento e diretto che non nega ogni valore alla manovra e allo stratagemma. Egli vuole la manovra orientata alla battaglia e non la manovra orientata alla strategia che in fondo non provocava effetti decisivi. La superiorità numerica non è fine a se stessa ma è uno strumento del concetto operativo del comandante. Nello stesso momento la manovra è al servizio della forza perché solo la battaglia può provocare la decisione e realizzare gli scopi della guerra. Clausewitz afferma infatti che un attacco diretto rende solido l'equilibrio dell'avversario e ne accresce la capacità di resistenza.
La strategia indiretta consisterebbe nello "sfruttamento del margine ristretto di libertà d'azione consentito dalla dissuasione (nucleare nel caso specifico) per riportare successi militari malgrado la limitazione talvolta estrema dei mezzi bellici che possono essere impiegati" . Essa troverebbe espressione pratica nella guerra prolungata e nei conflitti limitati. La concezione di Clausewitz che ci fornisce un solo metodo di pensiero per affrontare i problemi posti nei conflitti, include nella sua stessa definizione la cosiddetta strategia indiretta. La regola del comportamento strategico è quella di ottenere il risultato che si desidera con il minimo sforzo. La strategia diretta e quella indiretta in fondo sono la stessa cosa solo che quest'ultima risulta più recente come definizione completa.
In sostanza ciò che è il pensiero di Clausewitz sembra tuttora valido; al pari delle teorie geometriche del generale Jomini altro allievo di Napoleone.


Nel prossimo articolo le forze strategiche, le forze morali le forze materiali, le dimensioni strategiche e dulcis in fundo i famosi Aforismi di Clausewitz.

MARIO RAGIONIERI

PS come al solito nel ringraziare per la lettura dell'articolo, rispondo alle domande che i lettori vorranno pormi
Un grazie anche a tutti coloro che hanno acquistato i libri da me scritti e anche su questi gradirei come sempre il vostro giudizio.


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Ricordo ai lettori le mie pubblicazioni di storia del periodo 1918/1946 che si trovano in vendita nelle librerie:

-- 8 settembre 1943 fine di un sogno di gloria. Editori dell'Acero, 2001

-- Dalla democrazia al regime 1919-1929 i primi anni del fascismo. Editori dell'Acero, 2003

-- Hitler e Stalin il tempo dell'amicizia e il tempo della guerra... Editori dell'Acero, 2004