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David Nicolle, Nicopolis 1396. The last Crusade
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Escrito por Pino Cossuto   
David Nicolle, Nicopolis 1396. The last Crusade
Osprey Publishing, Campaign series N° 64
Oxford, 1999, pp. 96. ISBN 1 85532 918 2

 


A cominciare con il regno di Sultan Bayazid I (1389-1402), gli Ottomani avevano iniziato a considerare la vasta regione compresa tra la Morea e il Danubio come proprio naturale dominio e sfera di influenza (1). I riottosi signorotti locali balcanici si erano praticamente tutti sottomessi, in varie fasi, specialmente durante il periodo di Murâd I (1360-1389) al Gran Signore e agli akıncı turcomanni che costui guidava. Ma la morte di questo sultano, provocò una serie di avvenimenti cruciali per la storia dei Balcani.
Alla notizia della morte di Murâd I, per mano serba, nella battaglia di Kosovo Polje, numerosi signori anatolici si ribellarono agli Ottomani. Bayazid I, suo successore, fu costretto a dedicarsi attivamente per sedare le rivolte anatoliche, distogliendo la morsa sui Balcani.
Della situazione ne approfittarono sia gli Ungheresi, che i Valacchi di Mircea cel Batrîn (Mircea il Vecchio, il Mirci delle cronache ottomane) Costui dapprima decise di saldare i conti in sospeso con gli akıncı di Karınovası (nota 1), i quali con i loro frequenti raids predavano i territori valacchi, in seguito si risolse ad occupare Silistra ed altri territori dobrugiani. Nello stesso tempo gli Ungheresi avanzavano le proprie pretese su Vidin. La risposta ottomana riuscì ad allontanare Valacchi e Magiari e, nel 1393, il fulgido Sultano, stabilì sulla Bulgaria il proprio diretto dominio, installando a Nicopoli, come suo rappresentante lo czar bulgaro.

L'Impero di Costantinopoli era oramai ridotto alla sola città imperiale, l'ambita "mela rossa" delle leggende sarebbe stata ben presto colta dagli Ottomani, se non si fosse presentata, ad oriente, la minaccia del "tartaro" Tamerlano, per prolungarne l'agonia. I Paleologi di Morea e Costantinopoli, con la allettante promessa di porre fine allo scisma che divideva le due Chiese, chiesero l'intervento del Papa in funzione anti-ottomana.
Resosi conto del pericolo Bayazid I, convocò tutti i suoi vassalli ottomani a Serres (Grecia) nel 1394 e chiese loro di rinnovare la loro fedeltà all'Impero dei gâzi. Al rifiuto dei Paleologi, il Sultano bloccò Costantinopoli, tolse il freno ai cavalli degli akıncı in Morea e in Tessaglia e con un esercito regolare conquistò definitivamente gran parte dell'Albania. Nel 1395, il Sultano, invase la Valacchia e inflisse una sonora sconfitta a Mircea ad Argeş (ott. Arkîş). Accusò poi lo czar Şişman di tradimento, lo condannò a morte e così prese il via la vicenda della centralizzazione dello Stato ottomano.
Tutti questi movimenti ottomani interessarono direttamente sia gli Ungheresi sia i Veneziani, preoccupati, oltre che dalle reazioni militari, anche dell'arrivo massiccio di numerosi (e bellicosi) gruppi di yürük, guidati da infervorati e combattivi şeih spostati dall'Anatolia per popolare le piane della Tracia e della Macedonia orientale (nota 2).
Ungheresi e i Veneziani, tuttavia, conoscevano molto bene la situazione del sud est Europa per tentare isolate e avventate mosse anti-ottomane e preferirono muoversi diplomaticamente, inviando messi in quasi tutta l'Europa cattolica per formare un fronte capace di arginare gli Ottomani. Grandi potenze cattoliche, quali la Francia, sottostimarono le potenzialità degli Ottomani nell'area e, convinte di una veloce e redditizia campagna, si lanciarono nell'impresa, che porterà alla disastrosa sconfitta delle armate crociate a Nicopoli, nel 1396.

Questo nuovo libro di David Nicolle pone dettagliatamente in luce, oltre che gli avvenimenti antecedenti alla campagna di Nicopoli (6-13) altri indicatori importanti per la maggior comprensione del fallimento della Crociata sul Danubio.
Innanzitutto ben disegnati sono, nel presente volume, i profili dei vari comandanti gli opposti schieramenti (p. 14-15 i Crociati e p. 16-18 gli Ottomani). Tra i comandanti crociati, i più rappresentativi furono certamente: il re d'Ungheria Sigismondo (1368-1437); il voivoda di Valacchia Mircea cel Batrîn, perennemente barcamenante tra i suoi potenti vicini turchi (fornirà tra l'altro, ausilio al noto şeih Bedreddin Samavni e a vari principi anatolici anti-ottomani) e i cattolici nel delicato gioco delle alleanze e il Conte de Nevers Giovanni; Filiberto di Naillac, Cavaliere degli Ospedalieri, che anche dopo Nicopoli combatterà a lungo i Turchi e i musulmani. Tra gli Ottomani la "folgore" Sultan Bayazid I ricoprirà un ruolo centralissimo nella battaglia, ma altri dotati strateghi lo affiancarono. Tra questi: il gran visir Kara Timurtaş, il quale ebbe il merito di favorire il dominio ottomano nei Balcani tramite l'arruolamento di truppe di voynik cristiani nella Bulgaria nord-orientale e Gâzi Evrenos Bey, che passerà alla storia come noto benefattore e difensore della Fede nei Balcani. Tra gli Ottomani militava e si distinse anche il fedelissimo vassallo serbo di Bayazid, Stefan Lazarevič, che del Sultano era anche cognato.
La descrizione degli eserciti opposti fatta dal Nicolle è sintetica, ma dettagliata ed esaustiva (p. 19-29). Gli eserciti dei "Franchi" di Francia e Burgundia già in partenza erano inadatti, con le loro tecniche polemiche ad affrontare le cavallerie leggere e gli arcieri turchi. Infatti, Burgundi e Francesi erano molto vicini all'ideale "puro" di Crociata: la loro cavalleria pesante si considerava "di diritto" la migliore d'Europa, legata com'era a rituali guerreschi, e questo atteggiamento porterà ben presto a dissensi tra i crociati "occidentali" e quelli "orientali". All'inizio i Franco-burgundi andarono alla guerra come ad un gioco. L'esercito franco comprendeva anche degli arcieri e balestrieri "genovesi" (ovvero arruolati) ma il ruolo basilare di costoro verrà automaticamente messo in secondo piano dalla cavalleria. La struttura dei contingenti tedeschi rispecchiava, in linea generale, quella dei Francesi. L'esercito ungherese, nella seconda metà del XIV secolo, era in pieno cambiamento e si presenta come un misto di europeo-occidentale (tramite le riforme apportate dagli Angioini). Tuttavia continuava ancora ad essere utilizzata la leva generale di cavalleria (insurrectio) che chiamava alle armi anche i gruppi di guerrieri tradizionali (Cumani, Sekler, altri gruppi magiari minori e Alani), fino a comprendere l'intera popolazione maschile in casi di emergenza. L'esercito ungherese a Nicopoli quindi, appariva come formato da una élite di cavalieri pesanti (all'europea) e una moltitudine di cavalleria leggera tipica delle steppe, principalmente formata da arcieri. Il legame fortissimo degli Ungheresi con la propria tradizione fece sì che il nobile ungherese equipaggiato all'Europea, venisse comunque accompagnato da almeno due arcieri a cavallo, provocando lo stupore degli alleati. Per ciò che concerne i Valacchi, unici ortodossi tra i Crociati, la loro struttura organizzativa militare era quasi coincidente con quella degli akıncı turcomanni (p. 22-23), ed era principalmente un esercito popolare. La flotta fluviale era garantita dai Genovesi e dai Veneziani (gli interessi dei quali, stranamente, coincidevano!) oltre che dai "santi guerrieri" Ospedalieri, il fanatismo religioso dei quali era diretto non solo contro i musulmani ma anche contro gli "scismatici".
L'esercito ottomano era, a Nicopoli, un'unione delle tradizioni turco-mongole e di elaborati modelli persiano-islamici (p. 24). Nicolle considera la battaglia di Nicopoli come: "an example of classic Islamic tactics, in which a strong position was occupied, defended with field fortification, and used as a basis from which to launch a counterblow." (p. 26)
Gli Occidentali non potranno fare a meno di lodare la capacità tattica degli Ottomani (all'epoca ancora principalmente turchi), oltre che la disciplina delle unità militari.
Ma la macchina bellica ottomana non si limitava alle cavallerie. Se gli yaya potevano essere utilizzati sia come fanti leggeri che come forza lavoro, il nucleo della fanteria consisteva negli azap, reclutati tra i contadini musulmani. Gli azap erano addestrati all'uso della balestra e, affiancati ai regolari yeniçeri (giannizzeri), costituivano una temibile forza. Forza che si moltiplicava con l'uso di musiche guerresche a tema religioso (p. 28).
Nell'armata serba alleata degli Ottomani, attirati dagli ingaggi in argento, erano presenti contingenti considerevoli di mercenari italiani (p. 29) i quali, sicuramente, erano ben consci delle tecniche degli avversari.
Nicolle descrive poi i piani di invasione dei Crociati (p. 30) e quelli di difesa degli Ottomani (p. 32), con l'ausilio di una bella mappa a colori (p. 31). In seguito (p. 33-72) vi è una descrizione, dettagliatissima, delle varie fasi della battaglia di Nicopoli.
Anche in questo volume della Osprey una parte importante è costituita dall'apparato iconografico: oltre ottanta tra fotografie (in gran parte dell'autore) e immagini (affreschi, codici, fac-simile di documenti, ecc.), ben otto mappe (di cui tre tridimensionali), e disegni dettagliatissimi a cura di Christa Hook (p. 50-51: "Dissensi tra i Crociati"; p. 57-58: "Il feroce attacco franco-burgundo contro gli akıncı"; p. 65-66: "La presa del vessillo di Re Sigismondo da parte di Stefan Lazarevič" p. 69-70: "La rovinosa ritirata dei Crociati").
Una dettagliata cronologia (p. 82-85), una solida bibliografia (p. 86-87) e numerosi suggerimenti di approfondimento rendono questo volume piacevole e, allo stesso tempo, affidabile.
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Note:

1. Si veda al riguardo lo studio di Decei, Aurel, "Expediţia lui Mircea cel Batrîn împrotriva acîngiilor de la Karinovası (1393)", [La spedizione di Mircea il Vecchio contro gli akıncı di Karinovası-1393], in Relaţii româno-orientale, [Relazioni rumeno-orientali], Bucureşti, 1978. p. 140-155.

2. Su costoro ed il loro ruolo nel periodo si veda, tra gli altri, il dettagliato Nikolaj Todorov, "La ville balkanique aux XV-XIX siècles. Développement socio-économique et démographique", Bullettin AIESEE, n. XV-XVI (1977-1978), p. 58-68. Sul ruolo degli şeih e delle confraternite in seno agli Yürük balcanici del XIV-XV secolo si veda il recente Michel Balivet, Islam, mystique et révolution armée dans les Balkans ottomans. Vie du Cheikh Bedreddîn le "Hallâj des Turcs" (1358/59-1416), ISIS, Istanbul, 1995.

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Recensione apparsa su: Oriente Moderno, XVII (LXXVII), n.s. XXI (LXXXII), 2 (2002), p. 553-555.

Sito Web dell'autore: http://digilander.iol.it/cossuto/


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