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La Campagna di Grecia 1940-1941 - 3^ parte
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Scritto da Mario Ragionieri   

Da qualsiasi punto di vista li si veda, i mesi di novembre, dicembre 1940 e gennaio 1941 furono infatti per le armi italiane i più drammatici di tutta la guerra. Nel suo corso ci sarebbero stati altri momenti simili e anche più gravi; nessuno si sarebbe però manifestato in forme così eclatanti e avrebbe avuto ripercussioni e conseguenze tanto traumatiche per l’immagine dell’Italia, del regime e dello stesso Mussolini. E questo sia all’interno, nel paese e nelle sfere dirigenti politiche e militari, sia all’estero, presso gli avversari e i neutri, ma anche presso gli Alleati e gli amici.
Detto questo, per capire l’impatto che ebbero le gravi sconfitte subite dagli italiani sul fronte greco, torniamo a parlare dello svolgimento della campagna ed in particolare dell’offensiva Greca che abbiamo lasciato nelle fasi iniziali al termine del II capitolo.

L’attacco greco colse di sorpresa un battaglione della Venezia nel momento in cui si stava schierando in prima linea; ci fu uno sbandamento delle truppe e nella sottile linea di resistenza e si apri una falla. Subito reparti greci si addentrarono a tergo delle linee italiane puntando su Treni e Verniu; guadagnarono qualche chilometro una flessione della linea del tutto trascurabile ma si trattò di un grave indizio. Il comandante della Venezia mise su alcuni autocarri l’84° fanteria e lo mandò di rinforzo mentre veniva ordinato al generale Naldi della Divisione Piemonte di tenersi pronto ad intervenire. Treni veniva ripresa ma fu un successo ridicolo perché già il 3 novembre i greci cominciarono a posizionarsi sul Devoli; infatti i greci preferivano infiltrarsi attraverso i costoni e evitavano le vallate sicuramente più presidiate così facendo colpivano dall’alto le nostre posizioni con un ottimo utilizzo dei mortai. Per la Parma, la Venezia e la Piemonte era iniziata una implacabile battaglia di logoramento. Il valore dei battaglioni albanesi si vide subito quando il 4 novembre il battaglione Tomor considerato il migliore venne lanciato all’assalto di quota 1289; riuscì a prendere la quota ma sottoposto a contrattacco ripiegò in disordine e dovettero arrivare i carabinieri per fermarli. Gli albanesi spararono contro i carabinieri. Dunque la situazione del fronte era in movimento; i nostri erano sul Kalamas in territorio greco e i greci sul Devoli in territorio albanese. Il 1° novembre a Roma si tenne una riunione presieduta da Badoglio dove intervenne Soddu per prendere i primi tardivi provvedimenti per rinforzare il nostro schieramento: Mentre la Bari e la Trieste venivano inviate in Albania, Papagos inviava in Epiro tre divisioni la 2° la 3° e la $° di fanteria e un reggimento scelto di Eufoni. La Siena, la Ferrara e la Centauro continuavano ad attaccare; la Centauro doveva “rompere al centro fra Policastro e Kalibaki e proseguire su Gianina”. Ma le linee Greche a Kalibaki resistettero. Le truppe italiane si erano battute con coraggio nonostante le avverse condizioni atmosferiche; il Kalamas con i suoi 70 metri di larghezza e i 3 metri di profondità era risultato inguadabile. Fu superato alla foce dal Raggruppamento del litorale ed in particolare dai lancieri Aosta. Anche la Siena riuscì a forzare il basso Kalamas nella notte tra il 4 e il 5 novembre con il suo 32° reggimento; ci furono 13 caduti e 85 feriti ma riuscì ad unirsi alle truppe del Raggruppamento del litorale con le quali costituì una solida testa di ponte. La Julia invece era in serio pericolo; il generale Nasci comandante del XXVI Corpo d’Armata sottolineò “l’aggressività e la capacità manovriera delle truppe greche che ho di fronte nonché il forte appoggio che hanno trovato finora nelle loro artiglierie o nei loro mortai” e aggiungeva che in queste condizioni “non è possibile prendere collegamento con la divisione Julia. La Julia era sola. Il 2 novembre, mentre i primi alpini erano arrivati alla Vojussa in piena, iniziarono i primi attacchi nelle retrovie della divisione. Un ufficiale italiano addetto alle salmerie scampato alla cattura avvisava il colonnello Tavoni che i greci avevano attaccato il suo reparto, alle spalle della Julia, avevano preso Samarina e che le loro forze aumentavano in continuazione. Il generale Girotti dal comando di divisione fece sapere al comando di Corpo d’Armata per radio che non venissero inviate più colonne di rifornimenti; la Julia era isolata poteva contare solo sui viveri che i soldati avevano con se e sulle munizioni individuali. Solo per via aerea si poté rifornire la divisione i cui battaglioni erano tutti impegnati da grosse forze nemiche.Il 4 novembre la pressione divenne ancor più forte e il Cividale subì perdite rilevanti ma il generale Girotti esitava a dare l’ordine di ripiegamento che significava in pratica l’ammissione del fallimento dei compiti assegnati alla Julia. Nasci tentava di riparare la cosa gettando su Konitza, per proteggere le linee di comunicazione, una compagnia di bersaglieri motociclisti, carri armati e artiglieria della Centauro e ordinava il 6 novembre alla Julia di ripiegare su Konitza per riunire li tutte le sue forze. Questa comunicazione arrivò a Girotti solo il 7 novembre; i battaglioni furono costretti ad aprirsi la strada attraverso i reparti greci che erano ormai insediati alle loro spalle per eseguire l’ordine ricevuto. Dopo 10 giorni dall’inizio della campagna le nostre truppe erano bloccate sul Kalamas e in posizione difficile sul Pindo e in Macedonia occidentale.



fanti all'attacco (sopra) e genieri (sotto) in Albania



Le vicende iniziarono ad apparire poco chiare anche a Roma, l’unico ancora ottimista era Visconti Prasca il quale poi farà ricadere la responsabilità degli insuccessi sull’aeronautica che non appoggiava a sufficienza i reparti di terra. Va detto che infatti i compiti principali di copertura aerea della campagna di Grecia erano affidati alla IV squadra aerea che era dislocata in Puglia e, cosa veramente incredibile, il comando dell’Aeronautica in Albania non era collegato via telefono con la IV squadra aerea. I collegamenti erano assicurati, prima che fosse posato un cavo sottomarino, da un ufficiale che in aereo faceva la spola in continuazione tra Tirana e Brindisi e da messaggi cifrati. Immaginiamo quanto questo collegamento fosse pronto e valido per il supporto a terra dei reparti. Le azioni dei bombardieri a largo raggio si ridussero poi drasticamente perché gli aeroporti furono congestionati per il trasporto dall’Italia all’Albania dei reparti di rincalzo. Il generale Pricolo latore della lettere a Visconti Prasca ebbe un colloquio con lui dal quale tornò pieno di perplessità e con l’impressione che all’ottimismo di Visconti non corrispondesse la realtà delle cose. Al suo ritorno in Italia Pricolo espresse le perplessità su visconti a Soddu ma Soddu replicò:”E’ uno dei nostri migliori generali” Pricolo il 3 fu chiamato da Mussolini che gli chiese che impressioni aveva avuto di Visconti Prasca e Pricolo racconta che “risposi decisamente che mi sembrava eccessivamente sicuro di sé. Dentro di me pensavo che doveva ritenersi per lo meno un esaltato”. Soddu era preoccupato anche se non lo aveva dato a vedere a Pricolo; egli aveva intuito che le nostre divisioni erano finite in una trappola non prevista e affrontata con ritardo da Visconti Prasca. I greci facevano massa dove il nostro fronte era più sguarnito. Badoglio che non ci vedeva chiaro chiese in modo garbato ma fermo notizie di carattere militare e Visconti Prasca rispose a Badoglio in termini molto tranquillizzanti anche se nel telegramma ci sono piccole ma importanti ammissioni di difficoltà come ad esempio dove dice: “….. Ritengo situazione non inquietante e afflusso forze Italia sempre più favorevole scopi guerra. Mobilitazione intero esercito greco richiede afflusso pronto nuove forze da Italia e disponibilità autocarri…….” Ma come dico io non era prevedibile la mobilitazione greca? E allora perché chiedeva truppe ora quando aveva dichiarato di aver preparato l’offensiva in ogni suo particolare prevedibile e non. Definiva non inquietante la situazione proprio lui il generale che doveva spazzare i greci dall’Epiro in pochi giorni. Mussolini aveva capito che non sarebbe riuscito, nemmeno in questa occasione a emulare le imprese guerresche di Hitler; per Visconti Prasca era il principio della fine.



Il 6 novembre lo Stato maggiore Generale decise di costituire il Gruppo di Armate di Albania con 4 corpi d’Armata e Mussolini con una nota specificò che la IX Armata sarebbe stata composta dalle divisioni Piemonte, Arezzo, Prma e Venezia in Macedonia occidentale, Julia e bari sul Pindo, Tridentina di riserva. Questa armata avrebbe tenuto per l’intero inverno atteggiamento difensivo e solo se la Bulgaria fosse intervenuta sarebbe passata all’offensiva. La XI Armata con le divisioni Ferrara, centauro e Siena, sarebbe state rinforzata con altre 4 divisioni per la ripresa dell’azione offensiva. Altre 3 divisioni sarebbero state tenute di riserva in Puglia. Il tutto doveva essere pronto per il 5 dicembre. La costituzione del Gruppo Armate non aveva per ora coinciso con la esautorazione di Visconti Prasca ma la cosa era nell’aria. Soddu chiese di assumere il comando in Albania e nel frattempo ordinò che fossero trasportate per via mare e per via aerea altre truppe; e così avvenne dal giorno 7-8 novembre infatti iniziò una immissione al fronte di reparti sganciati dalle unità di appartenenza privi di salmerie, privi di servizi e posti al comando di ufficiali sconosciuti che non sarebbe terminata fino al mese di marzo del 1941. Questa fu una delle piaghe peggiori della campagna di Grecia e una delle cause fondamentali degli insuccessi italiani. L’insuccesso albanese esplose proprio mentre era in corso l’adeguamento dell’esercito; ma sia l’adeguamento, cioè la messa in congedo di centinaia di migliaia di uomini. sia la guerra in Grecia, erano decisioni di così alto livello che facevano capo necessariamente al comandante in capo Benito Mussolini. Sono sufficienti questi avvenimenti per inchiodare l’uomo alle sue leggerezze. Basti pensare al caso della divisione Modena che in fase di riduzione dei propri organici ricevette l’ordine di ricostituirsi in brevissimo tempo e partire per l’Albania. I reparti non appena arrivavano in Albania venivano avviati al fronte senza aspettare l’intera divisione e questo fu deleterio perché impegnandoli a pezzetti e bocconi perdevano ogni peso che invece avrebbe avuto l’impiego dell’intera divisione al fronte. E quello che successe alla Modena successe anche ad altre unità in una totale confusione. Era il caos completo. Mussolini diventato frenetico telefonava in continuazione ai comandi, interveniva, sollecitava, tentava di risolvere, usando le parole e i telegrammi, una situazione che avrebbe dovuto essere evitata con i fatti. Il 9 novembre Visconti Prasca fu messo in disparte affidandogli il comando temporaneo della XI armata; era l’anticamera del brusco collocamento a riposo che sarebbe venuto di li a poco. Soddu assunse il Comando Superiore.
Visconti Prasca ancora deciso ad ottenere il successo da lui previsto, voleva che i successi ottenuti dai due reggimenti di cavalleria Aosta in collaborazione con la Siena fossero sfruttati e chiese forze al suo ormai superiore Soddu per continuare l’attacco. Soddu a quel punto gli rispose l’11 novembre e in tono molto duro come se il maestro scrivesse allo scolaro poco attento alle lezioni:
Le azioni dei due reggimenti di cavalleria sono state veramente brillanti, ma vanno naturalmente interpretate nella loro vera portata. Occorre rimanere nella realtà. Tutte le direzioni indicate da Voi, Eccellenza, sono ottime, ma non sono le direzioni buone che risolvono le operazioni, bensì la possibilità di disporre sopra ciascuna di esse di mezzi adeguati, serviti ed alimentati da linee di operazione idonee. Azioni improvvisate, impiego a spizzico delle forze, non hanno e non potranno mai aver buon esito. Voi mi chiedete tutte le truppe ora in arrivo dall’Italia per tamponare le molte falle che esisterebbero nello schieramento: e ciò di fronte ad un nemico che Voi giudicate di forze finora non superiori, e nel mentre mi proponete di tentare nuove azioni che appaiono alquanto aleatorie…. Né vedo come si possa conciliare il concetto che il nemico è in crisi e che convenga subito compiere una puntata contro il suo fianco con l’affermazione che anche ottenendo i reparti richiesti non si possa pensare a possibilità offensive, ma solo a garantire meglio il settore…. Noto in sostanza una fondamentale differenza di concezione rispetto ai miei intendimenti: e V’invito perciò Eccellenza, a comunicarmi esplicitamente se vi sentite o meno di collaborare con identità di vedute”.
Non ci fu il tempo per la risposta; Visconti Prasca l’11 novembre fu sostituito al comando della XI armata da Geloso. Il 30 novembre Visconti Prasca veniva collocato in congedo assoluto.
Visconti Prasca costituiva un alibi troppo debole per Mussolini che non poteva ammettere di avere scelto male l’uomo, il momento, il luogo e gli avversari. Se ci doveva essere un capro espiatorio questo doveva essere uno di elevato rango del calibro di Badoglio, dal momento che Ciano rimaneva intoccabile. E Badoglio preparò la propria difesa come anni prima aveva dovuto fare per Caporetto.



Alpini



E mentre a Roma succedeva tutto questo, la Julia restava inchiodata nel fango; l’arretramento verso Konitza fu un inferno per gli alpini aggrediti dai greci e dalla popolazione si difesero con energia incredibile nonostante mangiassero pochissimo da giorni e riuscirono ad aprirsi i varchi per ritirarsi. La Julia si ritrovò al ponte di Perati ridotta al fantasma della splendida divisione che all’alba del 28 ottobre aveva mosso incontro al nemico; la realtà era che la divisione aveva perso, per morte, ferite, o prigionia anche un buon quinto dei suoi uomini e i restanti erano sfiniti. La Julia tornata dopo tanti sacrifici al vecchio confine, al ponte di Perati, era la vittima più evidente del fallimento dell’offensiva.
Gli eventi si stavano succedendo in modo a noi sfavorevole: il 12 novembre gli aerosiluranti inglesi avevano attaccato a Taranto la nostra flotta ed erano riusciti a danneggiare gravemente due nostre navi da battaglia. Ai primi di novembre gli inglesi avevano inviato in Grecia alcuni rinforzi aerei costituiti da caccia, caccia bombardieri e bombardieri che già dal 5 novembre erano entrati in azione contro di noi. Il 16 novembre sbarcarono al Pireo 2200 uomini dell’aeronautica con 310 automezzi e poi altri 2000 uomini per la difesa antiaerea con 400 automezzi. La nostra superiorità aerea che era schiacciante all’inizio della guerra con l’intervento inglese cominciava ad essere ridotta. Mussolini il 18 novembre pronunciò un discorso nella sala regia di palazzo Venezia davanti ai gerarchi provinciali del PNF; Mussolini disse: “Dopo lungo pazientare abbiamo strappato la maschera ad un paese garantito dalla Gran Bretagna, un subdolo nemico, la Grecia…. Le aspre valli dell’Epiro e le loro strade fangose non si prestano a guerre lampo come pretenderebbero gli incorreggibili che praticano la comoda strategia degli spilli sulle carte. Nessun atto o parola mia o del governo e di nessun fattore responsabile l’ha fatto prevedere”. La Julia aveva temporaneamente ceduto il suo settore alla divisione Bari. L’entrata in linea della Bari fu piuttosto infelice alcune avanguardie prive di artiglieria furono assalite dai greci e travolte La fama di questa unità che si portò dietro per tutto il resto della guerra fu di “Divisione scappa scappa” come la definirono gli alpini della Julia, costretti a rimettersi subito in prima linea a causa del cedimento della Bari. Nelle ore in cui il Duce parlava la Julia era di nuovo nella mischia impegnata dovunque nel suo settore ad arginare l’offensiva greca. E Mussolini sempre parlando a Palazzo Venezia continuava nelle sue parole d’ordine per cercare di rincuorare i vertici del PNF “C’è qualcuno fra di voi camerati che ricorda l’inedito discorso di Eboli, pronunciato nel luglio del 1935, prima della guerra etiopica? Dissi che avremmo spezzato le reni al Negus. Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia. In due o dodici mesi non importa. La guerra è appena incominciata. Noi abbiamo uomini e mezzi sufficienti per annientare ogni resistenza greca. L’aiuto inglese non potrà impedire il compimento di questo nostro fermissimo proponimento, ne evitare agli elleni la catastrofe che essi hanno voluto e dimostrato di meritare. Pensare o dubitare di qualcosa di diverso significa non conoscermi. Una volta preso l’avvio io non mollo più fino alla fine. L’ho già dimostrato e qualunque cosa accada, o possa accadere, tornerò a dimostrarlo. I 372 caduti, i 1081 feriti, e i 650 dispersi nei primi dieci giorni di combattimenti sull’Epiro saranno vendicati”. Mussolini aveva coniato una delle sue frasi storiche “spezzeremo le reni alla Grecia”; ma non riuscì a fare di più fino a che non ci fu l’intervento tedesco.



Alpini in Albania



I rinforzi arrivavano in Albania velocemente ma non in modo sufficiente alle esigenze sul campo; il 10,11, 12 vennero aviotrasportati a Valona i battaglioni alpini Val Fella, Val Tagliamento, Val Natisone, e a Tirana arrivavano il battaglione Edolo. Il Tirano raggiunse l’Albania via mare. A Durazzo iniziava lo sbarco di un battaglione di carri medi. Il problema era che i battaglioni arrivavano carenti di materiali e di addestramento e venivano immediatamente avviati al fronte che non conoscevano senza chiare istruzioni se non quelle di arginare l’avanzata greca.
Kaitel in un colloquio con il maresciallo Badoglio avuto tra il 14 e il 15 novembre espresse il suo disappunto per la situazione e dichiarò che la Germania riteneva necessario “Il totale annientamento della Grecia che si andava trasformando in una importante base aeronavale per gli alleati”. Badoglio scaricò tutta la colpa sui politici che avevano male interpretato le reali condizioni della Grecia. Nelle stesse ore in cui si svolgeva questo colloquio veniva sferrata l’offensiva greca; era l’alba del 14 novembre, alba particolarmente tragica per gli italiani.
Nella Macedonia occidentale i greci avevano inviato dopo il 28 ottobre forze rilevanti composte dalla 10°, l’11° e la 7° divisione che si erano andate ad aggiungere alla IV brigata e alla 9° divisione già a presidio del settore. L’armata era la comando del generale Pitsikas che aveva ai suoi ordini come comandante di un corpo d’Armata il generale Tsolakoglou. Nomino questi due generali perché li ritroveremo spesso nel racconto perché saranno gli artefici del successo dell’armata di Macedonia e poi dell’armata d’Epiro.In particolare Tsolakoglou diventerà il capo del governo collaborazionista una volta che la Grecia fu sconfitta. In queste zone era la natura stessa del terreno ad imporre la strategia che i due eserciti che si fronteggiavano dovevano seguire. I greci studiarono una offensiva che avrebbe permesso, se ben attuata, di insinuarsi nella zona di Erseke nel punto di giunzione tra la XI Armata di geloso e la IX di Vercellino. Ormai sulle montagne era inverno freddo e duro ed è proprio una caratteristica delle montagne albanesi che pur non essendo alte sono flagellate spesso dal vento gelido di Bora che manda il termometro decine di gradi sotto lo zero. L’obiettivo della offensiva preparata dai greci era di raggiungere Coriza e con la 10°, la 9° e la 15° divisione in prima linea scatenarono l’attacco alle posizioni italiane. L’attacco fu violento e le forze italiane si trovarono ben presto in posizione critica con infiltrazioni nemiche in vari posti che misero subito in pericolo le fragili linee di comunicazione e le retrovie del fronte. Non assistemmo a sbandamento totale da parte delle nostre truppe ma sicuramente ci furono episodi di smarrimento e perdita di contatto tra le varie unità.Nasci a cui ancora non era succeduto Vercellino, vide subito il pericolo e il 15 novembre segnalava al Comando Superiore le profonde brecce aperte dai greci nel fronte e per chiedere l’invio urgente di “tutto quanto era possibile”. Nasci decise il giorno stesso con i comandanti delle divisioni Venezia, Piemonte Arezzo e Parma di arretrare su una posizione di resistenza che corresse lungo il crinale del massiccio della Morova. Questo programma non poté essere realizzato a causa del ripiegamento del presidio di Erseke. Questa località considerata punto chiave, era tenuta dal 1° bersaglieri che sotto attacco si ritirò su posizioni più arretrate creando un vuoto insidioso sulla sinistra della divisione Bari che non era stata avvisata della manovra in corso e che si trovò così il fianco completamente scoperto. Il colonnello Azzaro comandante del 1° bersaglieri dopo l’apertura dell’inchiesta ne uscì scagionato per l’episodio in quanto risultò che il reparto era assegnato con un ritmo pendolare ora all’una ora all’altra unità e quindi c’era costantemente l’incertezza di chi doveva dargli gli ordini. La verità era che nelle retrovie esisteva una confusione incredibile specialmente nei comandi. La situazione divenne insostenibile tra il nevischio, la pioggia e le granate dei mortai che colpivano le nostre posizioni, mancavano gli ospedali da campo, i medicinali e le bende. Molti nostri reparti combattevano furiosamente, altri erano rimasti come storditi dalla rapidità con cui i greci attaccavano ed erano incapaci di reagire. Il clima di confusione era incredibile tanto che molti alpini che atterravano all’aeroporto di Coriza si trovarono sotto il tiro dei cannoni greci da 151 mentre scendevano dagli Junker 52 tedeschi mandati urgentemente di rinforzo agli apparecchi da trasporto del nostro ponte aereo. I feriti da schegge venivano rispediti in Italia spesso con gli stessi aerei con i quali erano arrivati. Al fronte stava nel frattempo affluendo la divisione Taro e i battaglioni Vestone e Verona per tamponare le falle, ma i greci mettevano in linea la 10° e l’11° e riuscivano così ad avere sempre un netto predominio di forze. La sera del 19 Soddu decise che era ormai inevitabile una profonda ritirata su nuove posizioni; un arretramento che in certi punti raggiungeva perfino i 50 chilometri rispetto alle posizioni iniziali e implicava l’abbandono di Coriza. Soddu progettava di predisporre la linea di resistenza con i reparti in arrivo e di non esaurire eccessivamente i reparti in linea. Badoglio si dichiarò d’accordo ma con un qualche distacco. Nella giornata del 21 Soddu aveva cercato di avere l’autorizzazione esplicita di tali manovre, compreso l’abbandono di Coriza, sia da Mussolini che da Badoglio Mussolini tergiversava e non voleva lasciare in mano ai greci pezzi di Albania; Badoglio ricordava a Soddu che il comandante superiore sul posto deve sapersi prendere le proprie responsabilità e Ciano, appena tornato da un incontro con Hitler, era latore di una lettera del Fuhrer per il Duce e aveva subito un aspra reprimenda circa il colpo di testa dell’attacco alla Grecia. Infatti scriveva dando “il regolo sulle dita del Duce” e che avrebbe voluto che l’azione contro la Grecia fosse effettuata a “stagione più propizia, in ogni caso però fino dopo l’elezione del presidente americano”. E che l’iniziativa italiana aveva avuto “conseguenze psicologiche spiacevoli” e “conseguenze militari molto gravi”. Il Duce fu costretto a prendersi le rampogne e nella risposta disse che “L’Italia sta preparando trenta divisioni colle quali annienterà la Grecia… Ho avuto anche io la mia settimana nera, ma ora il peggio è passato”. La decisione sul ripiegamento fu lasciata a Soddu che indicò una nuova linea di resistenza e durante la notte del 21 vennero sgomberati i magazzini dell’armata di tutto quanto era trasportabile, il 22 alle 7 del mattino abbandonarono Coriza gli ultimi bersaglieri così che il contatto con il nemico era rotto. Il bollettino di guerra n° 168 del 22 novembre così recitava : “Le nostre truppe di copertura formate da due divisioni che all’inizio delle ostilità si erano attestate in difensiva al confine greco-albanese di Coriza, si sono ritirate dopo 11 giorni di lotta, su una linea ad ovest della città, che è stata evacuata. Durante questo periodo si sono svolti aspri combattimenti. Le nostre perdite sono sensibili. Altrettante, e forse più gravi, quelle del nemico. Sulla nuova linea si concentreranno i nostri rinforzi”. La ricognizione aerea greca constatò che le nostre truppe stavano ripiegando ordinatamente e così l’intero fronte greco si mosse in avanti. Badoglio scriveva il 23 novembre sul diario del Comando Supremo: “I rinforzi in Albania arrivano lentamente per l’inadeguata attrezzatura dei porti di sbarco. Non si può con sicurezza affermare che arriveranno in tempo per munire la linea di sicurezza prescelta. Il Duce mi da lettura di due rapporti di ufficiali dei carabinieri e di un Ufficiale di Stato Maggiore nei quali si afferma che Nasci non aveva stimato di doversi ritirare. Secondo me il ripiegamento è stato una buona misura si è data così una possibilità alla difesa di rafforzarsi. Comunque la stabilizzazione della situazione in Albania richiederà a mio parere tutto dicembre”. Anche il Raggruppamento del litorale arretrava insieme alla Siena, alla Ferrara e alla Centauro secondo ordini superiori; Geloso comandante del Corpo d’armata fece costituire alla Bari un gruppo tattico per proteggere il fianco composto da un battaglione della guardia di finanza e due battaglioni di camice nere. La Julia non riusciva a tenere il ponte di Perati e quindi il comandante (nuovo) generale Bancale ordinò che il battaglione Aquila posto a difesa della testa di ponte passasse la riva del fiume. Ma Geloso non era d’accordo perché voleva che la testa di ponte fosse tenuta e così tra ondeggiamenti e ripensamenti si arrivò al 20 novembre quando il ponte di Perati fu investito da forti forze nemiche. Il 26 novembre Geloso fece presente a Soddu che la nuova linea “era stata scelta nella speranza di evitare la perdita, sia pure momentanea di Santi Quaranta, Agirocastro e Permeti, ed avrebbe potuto essere tenuta soltanto disponendo di due divisioni complete di nuovo arrivo. Non essendosi ciò verificato la considerazione della perdita di dette località passava in secondo piano di fronte alla necessità di manovrare per raccogliere le forze e riordinarle per riprendere l’iniziativa delle operazioni… Si imponeva quindi la scelta di una linea più corta e di più facile difesa”.



Tutto questo implicava l’abbandono di altro territorio albanese e metteva Mussolini politicamente in una situazione sempre più difficile, infliggeva un altro durissimo colpo al morale delle truppe. Non era una soluzione, era solo il riconoscimento della sconfitta.
Soddu era nei guai ma anche Papagos non stava meglio, era infatti tormentato da dubbi per via del nostro sganciamento. In Grecia si esultava ma lui era perplesso; dal suo quartier generale aveva dato le direttive giuste : “Ci rendiamo conto della stanchezza delle nostre truppe ma la situazione del nemico è peggiore. Non conviene che lasciamo al nemico la possibilità di riorganizzarsi e sistemarsi a difesa”. Però esitava a dare l’ordine di una ripresa dell’offensiva a fondo, temeva a sua volta di cadere in una trappola. A levare Papagos dalle incertezze fu il generale Tsolakoglou che propose di non dare tregua ai nostri reparti puntando, con un raggruppamento di quattro battaglioni scelti appoggiati da artiglieria consistente, verso Pogradec che era considerato un prezioso bastione per la difesa. La sua caduta in mani greche avrebbe reso ancor più grave la minaccia di un aggiramento della IX Armata sulla sinistra, la conquista di una parte della costa del lago di Ocrida. La perdita di contatto tra greci e Italiani durò solo tre giorni al 21 al 24 novembre; quel giorno i battaglioni greci che avanzavano su Pogradec incontrò la nostra linea e il giorno successivo altri reparti della divisione si avvicinarono. I greci riuscirono ad infiltrarsi tra le linee italiane creando disorientamento tra i difensori. Infuriò una durissima battaglia con i reggimenti della Venezia che si batterono fondo ma il 28 anche Pogradec era in man greche.Il nuovo fronte appena creato da Soddu già si sfaldava per la perdita di uno dei suoi pilastri fondamentali. Mussolini era nelle smanie; al capo del S.I.M. generale Amè chiamato a Palazzo Venezia, aveva urlato “Voglio la verità, perché farò scoppiare diverse teste davanti al plotone di esecuzione”. Non fu fucilato nessuno; ma la testa eccellente che cadde fu quella di Badoglio il quale messo alla gogna da Farinacci e incapace di difendersi dalle accuse prese quattro giorni di licenza e si ritirò nella sua casa. Di li scrisse una lettera di dimissioni; pensava che Vittorio Emanuele III sarebbe intervenuto ma non fu così. Il generale Armellini parlando delle dimissioni di Badoglio osservava che “la condotta di Badoglio presenta molti lati oscuri”. Il 29 novembre Mussolini informò il re, per lettera, delle dimissioni di Badoglio. Il re prontamente acconsentì ” Non bisogna credere che Badoglio alla fine sia insostituibile. Sono anzi persuaso che anche in questo caso non tutto il male verrà per nuocere”. Il 4 dicembre, il Duce si incontrò con Badoglio e gli fece un discorso umiliante. Cavallero gli disse era andato in Albania per vedere se Soddu aveva ancora i nervi a posto; se Soddu poteva reggere, Cavallero avrebbe rimpiazzato Badoglio; se non poteva Cavallero sarebbe rimasto in Albania, e il maresciallo a capo dello Stato Maggiore Generale. “non posso aspettare la decisione del signor Cavallero” avrebbe risposto il maresciallo e Mussolini chiudendo la discussione disse ” Va bene, da questo momento siete in libertà”.


Il Gen. Cavallero

Cavallero fu definito dai suoi nemici “generale affarista” per via dei suoi frequenti passaggi da incarichi militari a incarichi civili; l’uomo era di levatura mentale non comune, laureato in matematica pura, traduttore dal tedesco e dall’inglese, primo alla scuola di guerra, generale a 38 anni, una carriera tutta in alti comandi. Era uno che sapeva muoversi in ogni circostanza e soprattutto era un ottimista; quello che ci voleva per un Mussolini assediato dai generali e dai ministri sconfortati e rissosi. Il 4 dicembre la crisi Badoglio e la crisi del fronte era precipitata; sul fronte della XI Armata la pressione nemica era violentissima e Geloso aveva proposto a Soddu il ripiegamento da lui indicatagli in precedenza. Soddu non aveva accettato questa soluzione che considerava estrema; si ebbero così una serie di indietreggiamenti decisi in base a quanto pericolose erano le infiltrazioni del nemico nei vari punti del nostro schieramento. In base agli avvenimenti il capo di Stato Maggiore di Soddu colonnello Salvatore Bartimoro gli disse con una buona dose di indelicatezza : “Credo che Vostra Eccellenza legherà il suo nome alla più grave disfatta della nostra storia”. Era quello che ci voleva per far piombare Soddu nella disperazione; il 4 dicembre in un colloquio telefonico con Roatta, Soddu descrisse “la critica situazione nella quale si svolgono le operazioni, la precaria consistenza fisica, numerica e morale delle truppe, nonché il deficiente stato dei servizi, concludendo che la situazione creatasi e il ritmo di affluenza dei rinforzi non lasciano prevedere la possibilità, nonché una ripresa, neanche di un equilibrio” Soddu prospettò a Guzzoni in un’altra telefonata effettuata lo stesso giorno, l’opportunità di “addivenire a una soluzione politica del conflitto”. Quell’espressione, cui Mussolini rispose con l’ordine di “contenere il terreno fino all’estremo possibile” scatenò una violenta tempesta.


Artiglieria da 149 in Grecia

Ricordo ai lettori le mie pubblicazioni di storia del periodo 1918/1946 che si trovano in vendita nelle librerie:

-- 8 settembre 1943 fine di un sogno di gloria. Editori dell'Acero, 2001
-- Dalla democrazia al regime 1919-1929 i primi anni del fascismo. Editori dell'Acero, 2003
-- Hitler e Stalin il tempo dell'amicizia e il tempo della guerra... Editori dell'Acero, 2004
-- Salò e l'Italia nella guerra civile. Edizioni Ibiskos, 2005